Recentemente, alla Microsoft House di Milano, si è tenuto l’evento “Azure Experience - Trasforma il tuo business e porta la tua App in Cloud”.

Ne parliamo con due specialisti che sono andati a scoprirne di più: Nicola Terramagra, Technical Team Leader, e Stefano Milziadi, Project Manager e Sviluppatore Web di Seven IT.

Partiamo dall’incontro: di cosa si è parlato?

Nicola Terramagra - Di tante cose. Ma direi che si possa tutto riassumere in un concetto fondamentale, sul quale noi puntiamo da anni: dall’on-premise al cloud.

Stefano Milziadi - A essere precisi, se parliamo di cloud, in Seven IT si parla di Azure. Da tempo, ormai, ci appoggiamo a questa tecnologia per lo sviluppo di applicativi. Non potevamo che partecipare, vista la location e i promotori dell’evento: una giornata a tutto Microsoft, insomma.

Quella del cloud non è una tecnologia nuova. Ad esempio, General Electrics ci aveva già investito con successo nel 2014, spostando su Azure la sua piattaforma commerciale Predix. Un’operazione che mostra con i fatti la fiducia nel mondo dei public cloud e che, se portato avanti da realtà di questo calibro, manda un segnale importante al mondo IT.

Nicola Terramagra - Infatti, noi non siamo i primi ad averlo fatto, ma siamo comunque tra i primi ad averci scommesso. Le opportunità che offre la migrazione delle applicazioni da un contesto on-premise ad ambienti in cloud sono diverse e tutte importanti nel nostro lavoro.

Stefano Milziadi - Il concetto di data center si è evoluto. Lavorare ancora su propri server è un approccio alla materia IT che cerchiamo di evitare il più possibile. Per usare una massima popolare, il gioco non vale la candela, già da un po’ di tempo.

Parliamo di opportunità perse?

Nicola Terramagra - Senza dubbio. In Italia ancora molte aziende tengono le applicazioni sui loro data center. La migrazione serve a spostarle in un ambiente virtuale, nello specifico un public cloud, che permette loro di risparmiare tanto in manutenzione e nei servizi di assistenza. Se l’applicazione è interna ci vuole qualcuno che gestisca i server per le operazioni di backup, la manutenzione dell’hardware e il disaster recovery. Se ti affidi a una tecnologia in cloud e a un managed service provider, la differenza, anche solo in termini di costo e prevedibilità delle spese, è disarmante.

Stefano Milziadi - Basta pensare a cosa comporta avere un data center interno all’azienda: ci vuole una persona competente che se ne occupi, un hardware all’altezza e grossi investimenti aggiuntivi lato sicurezza. In questo preciso contesto storico, opportunità perse si traducono in rischio d’impresa.

Per non parlare dei rischi informatici, quelli veri.

Stefano Milziadi - Esatto. Facciamo un esempio pratico, riprendendo quanto raccontato all’incontro, sulla gestione di un applicativo in cloud. Un cliente riferiva di un picco di elaborazione dei dati troppo alto, tanto che l’applicativo non funzionava. Questa, per la cronaca, è una casistica piuttosto comune. Essendo stato scelto il cloud, l’MSP, come avremmo potuto essere noi, è potuto entrare nel pannello di controllo di Azure e ha tarato le risorse a disposizione dell’app, per fare in modo che funzionasse a dovere. Non che con un server tradizionale tu non possa farlo, ma non all’istante. Occorrerebbe comunque prendere l’hardware e modificarlo di persona, dovendo anche decidere cosa fare per risolvere il problema - ammesso che possa essere risolto. Con Azure possiamo fare tutto da remoto, delegando al cloud provider il lavoro tecnico sul data center e potendoci concentrare al 100% sull’applicativo e sull’eventuale backup. In sintesi, siamo più rapidi ed efficaci, basta pagare eventuali upgrade nei piani di sottoscrizione.

Nicola Terramagra - Per non parlare, poi, di backup e disaster recovery. Si tratta di concetti che abbracciano l’azienda e i suoi dati in toto, ma concentriamoci anche solo sulle problematiche legate agli applicativi. Su Azure non abbiamo limiti di spazio. I tanti data center Microsoft nel mondo garantiscono al cliente massima affidabilità, sicurezza e geo-replicazione, ossia la disponibilità sempre e ovunque. Questo vale sia per l’app sia per i dati che processa. Su macchina proprietaria le operazioni di backup sono costose e, nel caso in cui anche solo un utente elimini qualcosa, non è possibile recuperare i dati ovunque e rapidamente, ammesso che si riesca. Va poi da sé che senza backup, nessun ripristino. La differenza è sostanziale.

Stefano Milziadi - A causa di questi aspetti, quella del cloud più che una tendenza, è esigenza. Un’azienda che sceglie di sviluppare i suoi applicativi diversamente, decide per maggiori costi e rischi, oltre a rinunciare ai diversi vantaggi che questa tecnologia offre.

Quali sono le tipologie di migrazione da on-premise a cloud?

Nicola Terramagra - Possiamo suddividerle in quattro aree: 1- Shift and lift/re-host, la modalità più frequente che di solito non dà problemi. Si tratta di uno spostamento puro perché non ci sono problemi di compatibilità; 2-Refactor, che richiede la modifica di alcune parti di codice, come nel caso di cui parlava Stefano; 3-Rearchitect, un intervento più generale che, come si può immaginare, implica un intervento sull’architettura dell’app; 4-Rebuild, la modalità più costosa perché consiste nella riscrittura dell’app, come a crearla da zero.

Stefano Milziadi - Per definire il progetto, partiamo dall’analisi dell’applicativo in essere e dei bisogni espressi dal cliente. Poi, definiamo con quale procedere tra i quattro processi di cui ha parlato Nicola. Di conseguenza, definiamo le caratteristiche del cloud che ci serve, ad esempio se utilizzare app service o virtual machine. Quindi, si passa alla valutazione economica dell’intervento e si inizia il processo di migrazione o risviluppo dell’app. Infine, c’è il deploy in cloud, come per qualunque altro applicativo.

Perché la migrazione è una tematica così importante per le aziende?

Nicola Terramagra - Perché molte realtà di business continuano a restare sui propri data center. Per loro, quello della migrazione rappresenta uno scenario migliorativo e un’opportunità da cogliere.

Stefano Milziadi - Attualmente lo sviluppo dei nostri applicativi avviene solo in ambienti cloud. Dato che, a tendere, sempre più aziende intraprenderanno questa strada, perché non iniziare subito? Per questo, già da oggi, cerchiamo di accompagnare i clienti dagli scenari on-premise al cloud grazie, appunto, ai processi di migrazione.